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Trasudamerica
Autore:
APXP
Mexico,
D.F.
L'atmosfera appiccicaticcia
di Città del Messico si è fatta sentire subito, appena il comandante
ci ha augurato un buon soggiorno aprendo le porte del 767 atterrato
da poco. Del resto già dal finestrino della fusoliera avevo intuito
la vastità del Mostro, come viene soprannominata la capitale. Un deserto
di cemento, l'aereo che sorvola i tetti di case basse e fittissime che
riempiono una vallata stretta tra due vulcani ancora in attività : El
Popo e l'Ixtaccihuatl
C'è chi se ne innamora; io
faccio fatica ad amarla. Un caos di auto impazzite su larghi e lunghi
viali che la trapassano fin nelle viscere . E la piazza centrale? -
se si può trovare un centro in una megalopoli da 25 milioni d'anime
- Lo Zocalo (così si chiama) è totalmente intasato di macchine e autobus
sbuffeggianti e clacson e taxi-maggiolone e rumore, il tutto compresso
in una cappa di smog che si può nettamente intuire mentre si decolla
o si atterra.
Chi si affeziona a questo marasma ci è riuscito ritagliandosi la propria
città selezionandone luoghi, locali, vie e piazze, tra la sconvolgente
scelta proposta. Ma sinceramente non mi troverei a mio agio a giocare
a domino in una cantina, a pochi metri dal caos di fuori.
Forse bisogna avere pazienza e darsi più tempo; io invece ero inevitabilmente
trascinato dalla foga turistica di vedere il più possibile nel minor
tempo possibile:
- il Museo Nacional de Arqueologia
(autentico gioiello da non perdere!)
- lo Zocalo sempre pullulante
di persone - indios in testa - in protesta (già qui scorgiamo i primi
Zapatisti)
- il tempio Mayor Azteco distrutto
dai conquistadores per costruirci sopra la Cattedrale
- i murales filo-rivoluzionari
di Diego Riveira che si trovano nel Palacio Municipal
- il quartiere di Coyocan
- un ex paesino coloniale risucchiato nella megalopoli che conserva
i suoi tratti vivaci con il Museo di Frida Kalho e la casa di Trotzky
- la Plaza de las Tres Culturas
tanto abbruttita dai palazzotti dei tempi moderni quanto ricca di
storia e significati politici: qui tanto sangue venne versato: fu
infatti allo stesso tempo teatro della più sanguinosa battaglia tra
spagnoli e Aztechi e sede della violenta repressione del malcontento
studentesco nel 1968, durante la quale parecchi giovani perdettero
la vita.
E ancora:
- la folla delirante (decine
di migliaia?!?) che un'innocente mercoledì mattina assembra la collina
delle basiliche della Virgin de Guadalupe, la Madonna Nera. Un luogo
di meditazione, vera fede religiosa che si manifesta attraverso riti
quantomeno pittoreschi che ti fanno dubitare e pensare ad un certo
fanatismo persino. Ma io credo nella convinzione della gente messicana
che qui percorre sulle ginocchia la piazza antistante per raggiungere
l'altare e l'agognato tappetino scorrevole elettrico sovraffollato
dei tanti fedeli in adorazione. La Madonna è la vera patrona di tutto
il Sudamerica
E come dimenticare la visita
a Teotihuacan?! Il luogo dove gli uomini divennero dei si trova
a 50 km circa a nord-est di Città del Messico; questa misteriosa e allo
stesso tempo grandiosa civiltà si sviluppò in concomitanza con il massimo
splendore dell'impero romano in Europa. La città giunse infatti a contare
oltre 300.000 abitanti! E saliti sulla gigantesca Piramide del Sole
tutto ciò sembra impossibile. All'orizzonte riesco a scorgere solo piccoli
paesini, la concentrazione urbana della capitale sembra lontanissima;
non c'è traccia nemmeno della rigogliosissima vegetazione che invece
nelle zone più meridionali della federazione messicana ha letteralmente
divorato chilometri e chilometri quadrati di palazzi piramidi e resti
di grandi insediamenti.
E allora,
dove sono andati a finire tutti? Teotihuacan influenzò fortemente
le culture del resto del Mesoamerica, dai Toltechi (che probabilmente
la conquistarono) ai Maya del tardo periodo stanziatisi in Chiapas,
Yucatàn, Guatemala e Honduras, ad oltre 1000 km più a Sud! Recenti
studi hanno addirittura scoperto contatti di tipo commerciale con
l'impero Incas del Perù. Ed il culto del serpente piumato - Quetzalcoatl
- è nato qui per poi diffondersi successivamente con i Toltechi. Queste
costruzioni maestose sono il frutto di grandi intelletti - non c'è
dubbio. Quando arrivarono gli europei tale civiltà era sparita da
secoli - ma questa è una storia che si ripete per tutti i popoli di
queste latitudini. Forse è stata una catastrofe ecologica, causata
dall'iper sfruttamento agricolo di queste terre a farle spopolare
e rendere la regione così come ci appare oggi, arida e brulla. Grazie
all'ira distruttrice dei fratelli iberici non si sono salvati che
pochi scritti ed alcune costruzioni; una volta sconfitti gli indigeni,
i templi ed i palazzi venivano distrutti; al loro Palazzo posto sorgevano
gli immancabili Zocalo - Cattedrale - Municipale. Solo la fittissima
selva più a Sud ha conservato come uno scrigno segreto la vita pre-colombiana;
i ritrovamenti archeologici più importanti risalgono infatti solo
a tempi recenti. La sera nel DF è un grande impasto come del resto
la città: si passa dall'incredibile calma piatta dello Zocalo e dintorni
al frastuono della Zona Rosa, il quartiere turistico dove alloggiamo.
E' difficile comunque trovare uno dei locali di cui i vari Taibo II
o Cacucci ci parlano, in cui la tranquillità sembra regnare padrona;
piuttosto mi saltano all'occhio i vari McDonald e surrogati dove vengono
serviti piatti pseudo-messicani dai condimenti e salse nordamericanizzati.
E' facile che sia questa voglia di emulazione del fratello a
stelle e strisce, il cercare di avvicinarcisi - e la TV e il governo
fanno del loro meglio in questo senso - a rendermi ostile l'ambiente,
almeno questa è l'impressione dopo il breve soggiorno di 5 giorni.
OAX,
OAX
L'arrivo a Oaxaca (leggi Ua-ha-ca)
è sconvolgente. Sembra di passare dalla notte al giorno. Solo 2 ore
prima si faticava ad ascoltare gli annunci al check-in in una sala d'attesa
assurda a metà tra i lavori in corso di una Roma che si prepara ai mondiali
di calcio e un labirinto di corridoi e gates e duty free simboli del
dio-commercio.
Ora, giunti in questo aeroporto sereno e tranquillo tanto da scambiarlo
per una stazione ferroviaria della bassa padana, sembra di tornare a
respirare. E a grandi boccate. Sfogliando la mitica ed essenziale guida
scegliamo la pensione che ci ospiterà: è la Posada Margarita
dove una doppia ci costa 90 pesos
C'è chi si è fermato a vivere qui, dopo una vita di corse e fughe e
cambi di rotta. E il perché, lo si scopre, piano piano, camminando,
stando seduti su una delle panchine del piccolo Zocalo all'ombra di
alcuni almendros assaporando dei gustosi tamales o delle chapulines
(cavallette). Mah! devo dire che preferisco un buon bicchiere di
mezcal. Ci troviamo nella zona famosa per la produzione di questo liquore,
ricavato come la Tequila dalla pianta dell'agave maguey. Più popolare
e meno raffinato del suo stretto parente, ne può essere riconosciuta
la genuinità osservando il fondo della bottiglia, che deve contenere
il verme sviluppatisi e vissuto nella pianta stessa da cui è stata estratta
la bevanda
Lo stato Oaxaca - di cui la città omonima ne è capitale - ha in percentuale
la maggiore rappresentanza (il 75 % della popolazione) di etnie indios
del Messico. Zapotechi, Mixtechi, ed Olmechi prima di tutti, si sono
alternati dando vita a civiltà prospere, siti e costruzioni dal gran
sapore cerimoniale. Monte Alban ne è un significativo esempio con le
sue piattaforme che dominano le 3 vallate della regione nel punto ove
esse confluiscono; probabilmente era centro religioso dove i sacerdoti
praticavano il rito del sacrificio umano in onore degli dei, mentre
la popolazione viveva nella regione dominata da quelle alture.
In piazza incontriamo un signore sui 40, di chiari lineamenti maya
che insieme ad un suo collaboratore vende pubblicazioni varie. Ci colpisce
subito. Sarà forse che le i libri non sono esattamente pubblicazioni
varie, e che scorgiamo fotografie di rivoluzionari di ieri e oggi
sulle copertine, Il fatto è che ci lasciamo attrarre, ci fermiamo
a discorrere con il piccolo maya. Scopriamo che lui è uno scrittore
e tra i testi in vendita ce n'è uno suo, che raccoglie gli articoli
già usciti su un giornale locale (La Cantera). Si intitola La
Revoluciòn Indigena Mundial, dal retro leggo che vorrebbe dimostrare
il filo che collega la antica filosofia maya, l'anarchismo magonista
di inizio secolo e il moderno pensiero indigeno libertario. Il pomeriggio,
andiamo alla presentazione del libro del nostro amico utopico-magonista,
nell'università di Oaxaca. Per quel che capisco, Escobedo ha fatto
sua la causa indigena. In Messico il problema esiste e si manifesta
in maniera drammatica. Il mitico subcomandante Marcos è soprattutto
un grande comunicatore. Egli infatti è riuscito a denunciare la situazione
degli indios, sfruttati e privati dello stesso diritto di sopravvivenza
dagli imperialisti del Nord (D.F. in testa) senza arrivare ad uno
spargimento di sangue inutile. Ora le sue idee sono conosciute in
tutto il mondo, purtroppo più all'estero che in patria. Del nostro
bravo scrittore mi piace e stupisce come conservi tanta speranza e
convinzione in idee utopicamente bellissime - e non trovo altri aggettivi
-, come riesca a far coincidere la forza delle sue affermazioni e
il suo spirito autoironico, passando dalla definizione di colonialisti
imperialisti esclavisti conquistadores a spiegarci dove trovare un
vicino ristorante vegetariano sempre col sorriso sulle labbra.
Ma non faccio tempo a godermi un riposino sull'erba verde di un prato
che già è ora di partire per S.Cristobal - ci aspettano 12 ore di pullman
stavolta
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Chiapas
Alla ricerca degli Zapatisti
... Ma come? La guida (Raoul) che ci accompagna ai vicini villaggi
indios di San Juan Chamula e Zinacantan giura e spergiura che qui
di guerriglieri non se ne vedono che la gente vive bene e non ha appoggiato
la rivolta! Mah,
sarà forse perché lui è un dipendente dello stato ed effettivamente
conduce una vita d'alto livello rispetto alla media locale. A me sembra
invece che la povertà sia a dir poco dilagante. E chissà mai perché
non vedo più nordamericani in giro - avranno forse paura di esser
linciati sul posto? I numerosi turisti sono per lo più europei - italiani
in testa. Non conto più i bambini che mi chiedono delle monetine vendendomi
dei chiclets, miriadi di braccialetti, pupazzetti del subcomandante
di tutte le dimensioni, foulard e magliette rivoluzionarie o semplicemente
mi chiedono di scrivere sul loro quaderno il mio nome la provenienza
e la cifra versata (come fossero dei esattori di tasse). Per una fotografia
riusciamo a spuntare 10 pesos e per 2 pezzi (orecchini, medaglie?)
di ambra .... giusto in tempo, prima di ammalarmi - o forse è semplicemente
la vendetta di Moctezuma che "finalmente" arriva. Sta di fatto che
riesco ad uscire dalla camera per vedere il Canyon del Sumidero, vicino
a Tuxtla. E' un po' una delusione, forse perché le fin troppo ricche
piogge dei giorni precedenti (Mitch è appena passato da queste parti)
hanno sporcato il fiume di detriti o perché la diga 20 km più in là
costruita per la costruzione di una imponente centrale idroelettrica
ha calmato in maniera eccessiva le acque del rio che adesso sembra
poco più di un grosso ed innocuo "fosso" di campagna. Comunque si
ammirano coccodrilli, avvoltoi, pellicani e cascate di origine pluviale
che formano stranissime forme nella pietra erosa. La ferita del canyon
arriva ad un massimo di oltre 1000 metri di profondità, da dove i
Maya preferirono gettarsi piuttosto di finire in mano spagnola....
Lasciamo i 3000 metri e oltre per scendere giù verso la pianura dello
Yucatàn. Si passa sulla strada che incrocia località come Ocosingo,
centro della rivolta. E' un continuo diluvio, piove in maniera forsennata;
dal finestrino si possono intravedere le capanne degli indio e i piccoli
campi che coltivano. Dopo, 5 ore per fare forse 200 km, dalla lussureggiante
Selva Lacandona arriviamo a Palenque. Ed anche l'esercito ci avvista!
Controlla i documenti e i buoni "propositi" di tutti i viaggiatori
del torpedone per poi lasciarci finalmente andare avanti. La "città"
sorge a circa 300 m. di altitudine: ormai la montagna lascia il passo
al caldo tropicale della umidissima regione. Io mi sento più a mio
agio tanto che gli acciacchi dei giorni scorsi spariscono. Il villaggio
dove noi turisti veniamo accolti è insignificante. Ma tutti
aspettiamo la visita al grandioso sito omonimo.
E l'attesa non viene delusa. Non so quando vedrò ancora qualcosa di
simile. A qualche chilometro da dove abbiamo preso il combi raggiungiamo
il vero insediamento di Palenque. Nemmeno gli indios Lacandoni nei loro
abiti bianchi, messi lì come soprammobili all'ingresso dell'area, possono
scalfire tanta bellezza. El Palacio, El Tempio de Las Inscripsiones,
con la cripta contenente la misteriosa tomba del signore di Pakal, regnante
dell'ultima dinastia dominante questa città-stato maya. Questo pezzo
di archeologia ha dato adito a molteplici interpretazioni, non ultima
quella ufologica
Una coda di persone sudate e prese dalla claustrofobia sale e scende
i viscidi gradini che portano alla tomba. Qui sotto l'umidità raggiunge
livelli indescrivibili. E tutt'intorno, vegetazione fittissima: arbusti
piante agenti atmosferici hanno nascosto per secoli questo patrimonio.
Gli esperti sostengono che ciò che è stato riportato alla luce è solo
una piccola parte del sito originale. Abbiamo
la certezza di camminare sopra possibili resti di altri edifici, piramidi,
tombe e sfiorare ma senza poter ancora vedere chissà quali altre meraviglie.
Dal complesso del Palacio si erige anche una torre che probabilmente
aveva una funzione astronomica. I maya erano grandi studiosi e raggiunsero
livelli di conoscenza molto elevati nel campo matematico e astronomico
in particolare. Nel sito si trovano numerose altre rovine, ma il biglietto
è ripagato con la sola scalata di una delle "piramidi"; una volta
giunti in cima, la vista si perde verso la pianura dello Yucatàn,
ricoperta di foreste fittissime. A Palenque rimaniamo solo un giorno
per poi prendere un altro autobus con destino Mèrida, la
Parigi del Messico.
Yucatàn
Non ti capisco. E'
il significato in lingua maya del nome di questa regione. Ed anche
la riposta che i conquistadores si sentivano riportare dagli abitanti
locali alla domanda "Dove siamo?". Ora, questa penisola è diventata
una delle mete più sognate dell'occidente ricco. Spiagge e mare dei
Caraibi da cartolina ad est, abbinato a possibili visite ai numerosi
siti archeologici maya della zona la rendono particolarmente appetibile
da turisti in viaggio con la formula "tutto compreso". Qui non
ti fanno mancare niente, addirittura sulla costa maya - come
è stata ribattezzata - puoi pagare in dollari. E i ragazzotti
a stelle e strisce ritornano a vedersi. Cancun è stata addirittura
costruita su un progetto made in USA, è chiamata dagli yucatechi veri
gringolandia; spostandosi verso sud la presenza nordamericana diminuisce,
ma resta comunque molto elevata. Le bellezze naturali sono però ancora
intatte; il mare è stupendo, le spiagge pulite, la barriera corallina
resiste alle orde di sub senza scrupolo. Non è precisamente la destinazione
ideale per chi ha scelto invece una vacanza alternativa.
Piuttosto capita di re-incontrare persone già incrociate nel lungo
peregrinare attraverso tutto il Messico; come se fosse la culla dove
noi fai-da-tè ci siamo dati appuntamento per il riposo finale
dopo le fatiche accumulate nell'entroterra. Per quanto riguarda le
attrazioni archeologiche, merita una nota Chitzen Itzà, a circa 3
ore dalla costa caraibica, con la famosa piramide della Fanta, da
quel che mi dicono i miei amici, il più grande campo del Juego de
la Pelota, il Cenote sacro, l'osservatorio. Anche Uxmàl, 80 km a sud
di Mèrida, nello Yucatàn nord-occidentale, è un luogo famoso dove
però rimaniamo delusi dalla chiusura per restauro della piramide dell'indovino,
ma troviamo degli stranissimi animali che ci destano curiosità;
infine Tulùm, 50 km a sud di Playa de Carmen raccoglie in sé rovine
- non ci fanno più effetto rispetto alle meraviglie già incontrate
i giorni precedenti - e l'accesso al mare, bellissimo, dove ci buttiamo
per il meritato refrigerio tra gli scogli e le pietre degli antichi
edifici del sito.
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